Lettera a un bambino mai nato

Lettera a un bambino mai nato è un libro di Oriana Fallaci che tratta temi quali l’aborto, la famiglia e l’amore.

Il libro fu scritto per l’allora direttore dell’Europeo Tommaso Giglio, che commissionò alla Fallaci un’inchiesta sull’aborto. Le diede tempo quattro mesi dandole carta bianca sui contenuti. Anziché con l’inchiesta, dopo sei mesi la giornalista tornò con un fascio di fogli contenenti il libro. La stessa Fallaci ha dichiarato che il direttore non le perdonò mai questa “disobbedienza” e che per quindici giorni non le rivolse la parola. Un semplice aneddoto che chiarifica quanto gli editori a volte ne capiscano meno di noi comuni mortali di letteratura. Infatti, tale libro diventò un best seller, un libro che, riflettendoci su, tutti vorrebbero leggere o addirittura esserne autori.

<<Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. Mi si è fermato il cuore >>

Il libro è un monologo drammatico effettuato da una donna che vive la maternità non come un dovere ma come un atto responsabile. È una donna contemporanea e misteriosa, in quanto priva di nome, volto e notizie sulla sua età. Le domande fondamentali che la donna si pone sin dal concepimento riguardano la legittimità e l’accettazione della nascita da parte del bambino in un mondo ostile, violento e disonesto. Al bambino verrà concesso il diritto di scegliere se nascere o no e attraverso un processo istituito con la presenza di sette giurati eccellenti, tra i quali i genitori, il medico, la dottoressa, il datore di lavoro, si arriva alla sentenza che prevede la condanna della donna. Durante i mesi di attesa, la donna dialoga con il figlio e a se stessa, lo prepara alla vita, alle sue regole e alle sue insidie. Il libro ricostruisce la vita, le paure e le gioie di una donna, senza un volto e un nome preciso, incarnazione dei sentimenti di chi come lei ha dovuto affrontare la scelta di essere madre. Accettare questo ruolo non è semplice. Per una donna sola la scoperta di portare in grembo un figlio può essere un ostacolo. È così anche per la protagonista, che inizia un estenuante e doloroso monologo con il figlio — e soprattutto con se stessa — alla ricerca di una risposta. È così che si scontra con la propria mente e soprattutto con il proprio cuore, che da subito la obbliga ad una scelta: accettare un figlio e impegnarsi a crescere con lui. Tra i due si instaura un legame particolare: da un lato ci sono affetto, amore, complicità, e dall’altro i litigi, contrasti e rimpianti di due esseri distinti ma uniti in un’unica persona. Ecco quindi la donna che si scopre madre nel seguire con la mente ogni minuscolo cambiamento del proprio ventre e del figlio, come per rendersi conto appieno della scelta fatta. Poi, subito dopo, la paura e la richiesta d’aiuto per continuare a scegliere la vita alla morte:

«Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via? […] darei tanto bambino perché tu mi aiutassi con un cenno, un indizio». 

Un libro toccante, estremamente riflessivo, lascia spazio al lettore di entrare in un tema così profondo e complicato che divide l’opinione pubblica. La Fallaci, riempiendo il foglio bianco con queste magnifiche parole, si mette davanti all’orribile evidenza, che ogni persona parla, dice la propria su un argomento così importante, si confronta sulla vita o la morte. “Omicidio o no?”, “Vita o morte?”, ci facciamo giudici, antichi Cesari i cui pollici saranno giudici del futuro di un altro. Nessuno che diga: “Aspetta.. aspetta un secondo, è davvero di un neonato che parliamo? Buttato in un cassonetto?”.

Vogliamo davvero abbassare il pollice?

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