Mese: aprile 2014

L’amico ritrovato

00070307 L’amico ritrovato (titolo originale ingleseReunion) è  un romanzo dello scrittore tedesco Fred Uhlman, dal quale nel 1989 fu  tratto anche un adattamento cinematografico. Insieme a Un’anima non  vile e Niente resurrezioni, per favore forma la cosiddetta Trilogia del  ritorno.

 Tale racconto è una breve storia ispirata ai ricordi personali dell’autore,    e descrive la nascita e il tramonto dell’amicizia che lega il protagonista al    compagno di scuola Konradin von Hohenfels. Fuggito negli Stati Uniti per  scampare alla Shoah, a distanza di molti anni il protagonista viene a              sapere della sua sorte: ne rilegge il passato e le scelte alla luce dell’umana  pietà e comprensione. Il titolo, L’amico ritrovato, va inteso proprio in  funzione di ricongiunzione “spirituale” postuma e di riconciliazione. Il  tema portante nella novella è quindi quello dell’amicizia. L’autore però la inserisce in un contesto e in un’età ben precisi: innanzitutto la Germania dei primi anni ’30, in cui man mano salgono alla ribalta le idee rivoluzionarie e infuocate del nazionalsocialismo. In secondo luogo l’età dei protagonisti, due adolescenti che dunque si trovano a fronteggiare, oltre ai quesiti normalmente presenti in questo periodo della vita, anche le problematiche esterne. A questo proposito risulta significativa una frase dello scrittore, il quale afferma:

“Qualche volta ragazzi fra i sedici e i diciotto anni uniscono ad un’innocenza ingenua e ad una raggiante purezza di corpo e spirito, un impulso appassionato verso una devozione e un altruismo assoluti. Questa fase di solito è di breve durata, ma per la sua intensità e unicità rimane una delle esperienze più preziose della vita”

                                                                                           lamico-ritrovato

Hans Schwarz è un ragazzo ebreo di sedici anni che vive a Stoccarda, in Germania. La sua è una famiglia dell’alta borghesia, tranquilla e rispettata, dalle idee aperte e quasi incurante della propria identità ebraica, difatti essi si sentono prima di tutto svevi, poi tedeschi e infine ebrei. Egli descrive i genitori come persone pacate e amorevoli nei suoi confronti, che mantengono buoni rapporti sia con i cristiani che con gli ebrei, e di cui lui è sempre andato fiero. Un giorno alla classe di Hans viene aggregato Konradin von Hohenfels, un ragazzo di nobile famiglia. Con la sua eleganza e i suoi modi Konradin intimidisce i ragazzi, pur provenienti da famiglie non povere, ma Hans desidera ardentemente diventargli amico. Tuttavia Konradin si dimostra poco attratto da lui, così come dal resto dei compagni. Hans riesce però a catturare l’attenzione di Konradin, prima nell’ora di ginnastica, poi rendendosi visibile durante le lezioni e portando anche in classe la sua collezione di monete; di tutto questo Konradin rimane colpito, pur non dandolo a vedere.

Un giorno, inaspettatamente, sulla strada di casa, Konradin rivolge la parola ad Hans ed entrambi iniziano a chiacchierare, stringendo presto una forte amicizia (essi sono entrambi figli unici e fino a quel momento nessuno dei due ha avuto un vero amico, motivo per cui si sentono profondamente soli). Hans invita Konradin a casa sua, presentandogli i genitori e mostrandogli la collezione di monete. Il ragazzo continuerà poi a frequentare la casa di Hans in maniera naturale, mentre l’altro aspetta pazientemente un invito da parte di Konradin, che finalmente lo fa entrare in casa sua: Hans però, nota presto che il suo amico non lo presenta mai ai genitori, e anzi di essere invitato solo in loro assenza. La ragione di ciò sta nel fatto che la madre odia e teme gli ebrei, e il padre essendone ancora molto innamorato, non intende contraddirla: entrambi infatti, non gradiscono che il figlio frequenti Hans, anche per le idee parecchio tradizionaliste che li animano. Per questo Konradin ignora Hans quando gli capita di incontrarlo a teatro in presenza della madre e del padre. Da quel momento la loro amicizia comincia a incrinarsi e viene definitivamente compromessa dalla graduale intrusione dell’ideologia nazionalsocialista nella vita scolastica. Quando in Germania vengono promulgate le leggi razziali e la situazione si fa dura anche all’interno della scuola (dove fin a quel momento la politica era vista come cosa esterna), Hans parte per l’America, dove rimarrà ospite dai suoi zii; i genitori di Hans invece decidono di restare. Poco tempo dopo il padre di Hans, un medico nonché patriota decorato in guerra con la Croce di Ferro, non riuscendo a sopportare l’antisemitismo montante, decide di togliersi la vita.

Solo dopo molti anni, raggiunto da un opuscolo che propone la costruzione di un monumento agli ex alunni del Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda caduti nella Seconda guerra mondiale, Hans rilegge nomi di compagni amati e odiati resistendo, sulle prime, alla tentazione di non guardare i nomi che iniziavano con H per paura di trovarvi il nome del suo amico. Alla fine, con uno sforzo di volontà, Hans riesce a guardare tutto l’elenco e tra i nomi elencati legge, con grande stupore e commozione, quello di Konradin che è stato giustiziato perché coinvolto nel complotto organizzato per uccidere Hitler. Questa informazione tramuta sentimenti e dubbi facendogli ritrovare l’amico dopo tanti anni.

Esiste un seguito del libro dal titolo Un’anima non vile che narra la storia dal punto di vista di Konradin. Si apprende che prima di morire Konradin aveva scritto all’amico una lettera mai arrivata a destinazione, in quanto il padre rifiuterà di spedirla. Un terzo romanzo infine, completa la trilogia: si tratta di Niente resurrezioni, per favore, che narra la storia di Simon Elsas, un ebreo fuggito anni prima in America e diventato pittore, che torna nell’amata-odiata Stoccarda, dopo trent’anni dalla fine della guerra, ricordando il passato e rivedendo alcuni suoi vecchi compagni di studi. Purtroppo per lui questo ritorno sarà molto amaro, e l’impressione generale è che nulla possa più essere come una volta, se non nei suoi ricordi. Quest’ultimo romanzo contiene molte analogie con i due precedenti, seppure la storia narrata sia diversa, con dei diversi protagonisti.

 

Lettera a un bambino mai nato

Lettera a un bambino mai nato è un libro di Oriana Fallaci che tratta temi quali l’aborto, la famiglia e l’amore.

Il libro fu scritto per l’allora direttore dell’Europeo Tommaso Giglio, che commissionò alla Fallaci un’inchiesta sull’aborto. Le diede tempo quattro mesi dandole carta bianca sui contenuti. Anziché con l’inchiesta, dopo sei mesi la giornalista tornò con un fascio di fogli contenenti il libro. La stessa Fallaci ha dichiarato che il direttore non le perdonò mai questa “disobbedienza” e che per quindici giorni non le rivolse la parola. Un semplice aneddoto che chiarifica quanto gli editori a volte ne capiscano meno di noi comuni mortali di letteratura. Infatti, tale libro diventò un best seller, un libro che, riflettendoci su, tutti vorrebbero leggere o addirittura esserne autori.

<<Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. Mi si è fermato il cuore >>

Il libro è un monologo drammatico effettuato da una donna che vive la maternità non come un dovere ma come un atto responsabile. È una donna contemporanea e misteriosa, in quanto priva di nome, volto e notizie sulla sua età. Le domande fondamentali che la donna si pone sin dal concepimento riguardano la legittimità e l’accettazione della nascita da parte del bambino in un mondo ostile, violento e disonesto. Al bambino verrà concesso il diritto di scegliere se nascere o no e attraverso un processo istituito con la presenza di sette giurati eccellenti, tra i quali i genitori, il medico, la dottoressa, il datore di lavoro, si arriva alla sentenza che prevede la condanna della donna. Durante i mesi di attesa, la donna dialoga con il figlio e a se stessa, lo prepara alla vita, alle sue regole e alle sue insidie. Il libro ricostruisce la vita, le paure e le gioie di una donna, senza un volto e un nome preciso, incarnazione dei sentimenti di chi come lei ha dovuto affrontare la scelta di essere madre. Accettare questo ruolo non è semplice. Per una donna sola la scoperta di portare in grembo un figlio può essere un ostacolo. È così anche per la protagonista, che inizia un estenuante e doloroso monologo con il figlio — e soprattutto con se stessa — alla ricerca di una risposta. È così che si scontra con la propria mente e soprattutto con il proprio cuore, che da subito la obbliga ad una scelta: accettare un figlio e impegnarsi a crescere con lui. Tra i due si instaura un legame particolare: da un lato ci sono affetto, amore, complicità, e dall’altro i litigi, contrasti e rimpianti di due esseri distinti ma uniti in un’unica persona. Ecco quindi la donna che si scopre madre nel seguire con la mente ogni minuscolo cambiamento del proprio ventre e del figlio, come per rendersi conto appieno della scelta fatta. Poi, subito dopo, la paura e la richiesta d’aiuto per continuare a scegliere la vita alla morte:

«Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via? […] darei tanto bambino perché tu mi aiutassi con un cenno, un indizio». 

Un libro toccante, estremamente riflessivo, lascia spazio al lettore di entrare in un tema così profondo e complicato che divide l’opinione pubblica. La Fallaci, riempiendo il foglio bianco con queste magnifiche parole, si mette davanti all’orribile evidenza, che ogni persona parla, dice la propria su un argomento così importante, si confronta sulla vita o la morte. “Omicidio o no?”, “Vita o morte?”, ci facciamo giudici, antichi Cesari i cui pollici saranno giudici del futuro di un altro. Nessuno che diga: “Aspetta.. aspetta un secondo, è davvero di un neonato che parliamo? Buttato in un cassonetto?”.

Vogliamo davvero abbassare il pollice?